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 Il Giardino della Flora Appenninica di Capracotta è un’iniziativa stupenda, che un saggio montanaro degli anni ’60 aveva lanciato, e fu concepito come orto botanico naturale delle erbe officinali. Si trova a 1.500 metri s.l.m., lungo la strada provinciale per Prato Gentile, a poche centinaia di metri dalle splendide piste di sci nordico che hanno ospitato i campionati italiani assoluti del 1997, a circa un chilometro e mezzo di distanza dal centro abitato, in una posizione di straordinaria bellezza paesaggistica che domina la Valle del Sangro, con un’ampia vista diretta sulle Mainarde, la Maiella e tutto il Molise.
Il Giardino, che si estende su circa 10 ettari, è uno dei pochi esempi di "orto botanico naturale" esistenti in Italia, nel senso che la maggior parte delle specie botaniche presenti sono spontanee ed endemiche della flora dell’Appennino e l’intera tipologia ed architettura interna al giardino stesso è quella naturale, senza artefatti di sorta od interventi da parte dell’uomo che ne abbiano minimamente alterato l’originaria allocazione degli elementi naturali preesistenti.
Negli anni in cui gli amministratori locali pensavano all’industria come volano dello sviluppo locale, il giardino era stato completamente abbandonato fino alla fine degli anni '80, quando il Prof. Lucchese, allora docente all'Università del Molise, con amore e dedizione lo riportò a nuovo splendore. Alla fine degli anni '90 fu di nuovo abbandonato, e lì giaceva il 6 Gennaio del 2002, quando giunse l’idea di poterlo prendere in gestione. In poche settimane si era presentato un progetto di massima all’amministrazione comunale, che si dimostrava entusiasta dell’iniziativa. L’ingenuità e la voglia di creare un’organizzazione all’altezza della potenzialità del luogo, non fecero sì che si formalizzasse in termine legale l’accordo.  Si partì con la ricerca dei soci, e con la redazione del business plan (sotto la supervisione di un tutor dell'Associazione Giovani Industriali). Un primo gruppo di giovani professionisti fu creato, e il Giardino fu gestito nell’estate del 2002. Il progetto continuava ad essere sviluppato nelle sue indicazioni strategiche, ma il Sindaco del Comune di Capracotta rimandava sempre la firma della concessione, adducendo motivi ogni volta diversi. Altri interessi erano entrati in gioco, e il potere politico locale voleva capire dove dirigersi per massimizzare i propri interessi. Con questo gioco di mezze verità si arrivò all’estate del 2003, in cui il Giardino della Flora Appeninica fu gestito dallo stesso gruppo, rinnovando l’impegno con alcune attività di educazione ambientale con i bambini. Con la fine dell'anno si sarebbe dovuto costituire un Consorzio (Comune di Capracotta e Università del Molise), che avrebbe avuto il potere di prendere decisioni. Il Consorzio fu fatto, ma mancava sempre qualcosa in termini legali: c'era un Presidente (il notaio Conti), che però diceva che non poteva decidere nulla. Col passare dei mesi fu ormai chiaro che il Consorzio aveva altri interessi, e così, con amarezza, fu messa la parola fine alla speranza di crescere professionalmente e umanamente fra le piante, i fiori e le rocce di quel posto meraviglioso che è il Giardino della Flora Appenninica di Capracotta. Luglio 2002:Dato il grave stato di abbandono, venne ripulita e tinteggiata la stanza dell'accolgienza; la stessa fu arredata con il materiale che fu reperito all'interno. Nello stesso periodo si aiutò l'operaio comunale a sistemare la parte esterna. La sistemazione di grossi massi e un mucchio di terra diede orgine a quella che ho definito "paesaggi di pietra", raffigurata dalla foto a lato (un esempio come i rifiuti possono essere utilizzati per arredare il territorio).
Per dare ordine ad una serie di rifiuti ingombranti presenti presso l'edificio minore, a quel tempo in abbandono, fu organizzata una mostra sulla gestione dei rifiuti, che si componeva semplicemente del mostrare il tipo di rifiuto con un cartello che ne spiegava il tipo di riciclaggio che poteva avere; fu realizzata anche una compostiera.
Fu acquisita la competenza per dare un servizio di visite guidate, che vennero erogate nel mese di agosto.
Agosto 2002: Per esigenze di accoglienza venne tinteggiato tutto l'interno dell'edificio principale, e furono aggiustati i due bagni.
Fu organizzato un corso di media montagna, con un esperto di Roma.
Nello stesso periodo furono gestite le escursioni guidate sul territorio di Capracotta.
Settembre 2002: Fu organizzata una mostra di pittura di un giovane di origine molisana, residente a Roma.
Ottobre 2002: Con la collaborazione dell'attuale dipendente del Consorzio, vennero messe a coltura una serie di piante nella serra (naturalmente la serra fu ripulita e fu riparato il tetto): la coltivazione non andò a buon fine, a causa delle forti nevicate della stagione invernale, che ne distrussero la copertura.
Gennaio 2003: Furono raccolte circa 300kg di bacche di Rosa Canina, le quali, grazie alla collaborazione di un'azienda agricola a coltivazione biologica di Castel di Sangro (AQ), vennero trasformate in confetture. La rosa canina è uno degli alimenti con maggior concentrazione di vitamina C, ed è presente in maniera quasi invasiva sul territorio. All'epoca è stato uno dei primi esperimenti di trasformazione e commercializzazione in Italia. Attualmente le confetture di rosa canina vengono vendute nei negozi di delicatezze degli aeroporti internazionali.
Maggio 2003:
Grazie alle proposte di educazione ambientale alle scuole inferiori, il Giardino venne visitato da circa 300 bambini.
Luglio - Agosto 2003: Furono organizzate varie attività di educazione ambientali con i bambini, tra cui un concorso di fotografia naturalistica. Ad oggi il Giardino della Flora Appeninica è miseramente ridotto al giardino privato di una facoltà universitaria fatta di insigni professori che nella loro superbia non hanno minimamente considerato il lavoro di quasi due anni, di un gruppo di giovani professionisti che avevano conosciuto ogni suo angolo e che lo avevano amato con passione. Basti dire che nella cosiddetta opera di bonifica di una zona, è stata creata un'area pic-nic: peccato che quell'area era una zona in cui erano abbondanti gli spinaci selvativi , una verdura selvatica che apprezzata nel passato dal re Enrico IV di Navarra, come nel presente da buongustai e salutisti (è ricca di ferro), ha lasciato il posto a panini e coca cola! Se venisse coltivata il settore agroalimentare potrebbe beneficiare di un'ottima materia prima: se le competenze per farlo non vengono dall'Università vuol dire che il piacere di gustare il suo gusto sarà concesso solo a chi conosce i posti per andarla a raccogliere.
Per dare un altro esempio di mediocrità, basti guardare al sito internet, nei suoi aspetti comunicativi e tecnologici (dov'è google map?); se poi andiamo a ricercare su Google, il primo risultato (un sito della Società Botanica Italiana), ci dice che il Giardino è curato dal Prof. Lucchese, ovvero dà notizie che risalgono a quasi dieci anni fa!
Se poi andiamo nello specifico, e clicchiamo su un posto della cosiddetta mappa interrattiva, troviamo che nella zona delle "aiuole delle piante aromatiche ed officinali", sono descritte, oltre alla magnifica Genziana maggiore, la Valeriana Officinalis, che sicuramente sarà officinale, ma è comune in tutto il territorio, e quindi certamente non è coltivata!!
Poi viene data descrizione dell'Atropa Belladonna, anch'essa abbondante nei boschi del territorio, ma che, in questo caso, non si trova in quella posizione, ma nelle vicinanza dell'edificio principale..
Se poi andassimo a scorrere i conti di come sono stati utilizzati gli ingenti finanziamenti ricevuti, potremmo anche lì scoprire inefficienze e mediocrità: una palpabile, senza guardare alle rendicontazioni di spesa, è quella di spendere dei fondi per ristrutturare l'edificio principale, e dopo pochi anni andarlo a farlo di nuovo, visto che qualche lavoro interno non era stato gradito, e si erano trovati altri fondi (tanti) per poter anche alzare un lato del tetto.
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